Il Mare e Replet

Quando ha visto il mare la prima volta, Replet aveva vent’anni e un chiodo nell’anima. Una specie di dolore congenito, senza origine apparente, senza patologie conclamate. Era solo un piccolo chiodo un po’ arrugginito, piantato proprio lì, in mezzo all’anima. 

Replet non sapeva che farsene di quel dolore incessante e monotono. Provò allora a mettere i piedi nel mare. La sensazione fu immensa. Già quando la spuma gli gli avvolse le caviglie, capì che quel grosso muovere d’acqua aveva un’anima. Quello che ancora non sapeva era che anche il mare aveva un chiodo bello grosso piantato proprio lì, in mezzo all’anima.

Bastarono due passi verso l’orizzonte perché Replet si ritrovasse immerso fino alle anche. La sabbia gli spariva da sotto i piedi, il cielo era grigio e così l’acqua. Decise di piegare le ginocchia e allora rimase con solo la testa a spuntare appena dall’acqua agitata.
Non sapeva nuotare, sapeva che esisteva un verbo e uno sport che avevano a che fare col muoversi dentro al mare, ma non aveva idea di come cominciare. Le onde lo spingevano indietro e ormai poteva percepire la forza accurata che il mare mette in ogni suo movimento, così indefinito e necessario, così misterioso e utile. 

Si chiese perché suo padre non ce lo avesse mai portato, ma non gliene faceva una colpa, erano le capre la sua vita e di capre lì non ce n’erano, né avrebbero potuto. Decise di provare a sdraiarsi sull’acqua, il chiodo ancora era lì e gli diceva: “Non farlo!”.

Invece Replet se ne fregò, decise che il mare era suo amico e lo amò. Staccò le ginocchia dalla sabbia, immerse la nuca nell’acqua e cominciò a galleggiare. Nonostante la corrente lo spostasse rapidamente al largo, non aveva paura e ben presto scoprì che se teneva le orecchie sott’acqua, allora il mare parlava, anche se non gli era chiaro cosa dicesse.
Le nuvole che si muovevano rapide in cielo lo distraevano, decise di chiudere gli occhi e concentrarsi sul discorso del mare. All’inizio era solo un fruscio nel buio, poi l’udito si adattò al vibrare grave della voce del mare.

“Hai un chiodo nell’anima tu.” diceva il mare, “E da solo non lo puoi certo estirpare.”.

Replet non si spaventò nemmeno stavolta, aveva capito da subito che il mare la sapeva lunga e non poteva barare. Annuì, giusto così, se ce ne fosse stato bisogno, e un po’ d’acqua salata gli passò sulle labbra, lasciando un sapore che non aveva mai conosciuto. “Sai di sale.” gli venne da dire.

“So di cose che voi non potete assaggiare, di sapori che non potete qualificare, per questo vi lascio restare, perche siete così poco curiosi che chiamereste tutto sale. Vuoi guarire la tua anima Replet?”

“Come sai il mio nome?” ormai Replet aveva capito che poteva parlare col solo pensare.

“So il nome di ogni cosa perché sono ogni cosa. È forse l’unica caratteristica che abbiamo in comune, ma tu mi piaci, la tua anima intendo, e ti voglio aiutare.”

“Che devo fare?” chiese Replet.

“Non opporre resistenza, lasciati andare, sarà un po’ movimentato, ma poi il tuo chiodo se ne andrà.”

“E che fine va a fare?”

“Ne ho uno grande quaggiù, dove non puoi vedere, un pezzetto in più non farà differenza.”

“Ma no, non voglio che faccia questo per me.”

“Ed è proprio per questo che lo voglio fare Replet. Ora prendi un bel respiro e tappati il naso.” Replet obbedì e un’onda di marea alta come un cargo cinese lo sollevò in alto e poi lo avvolse nel tubo, rigirandolo e scuotendolo, finché finalmente lo sputo sulla spiaggia, appallottolato, con gli occhi serrati e due dita ben strette a tappare il naso.
Un piccolo chiodo di ferro, un po’ arrugginito, giaceva poco più in là, ma Replet non fece in tempo a vederlo rotolare nel mare a colpi di spuma. Lui soltanto si alzò, guardò verso il mare, sorrise e ricominciò a camminare.

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