Follia per sette Clan – Dick

Philip K. Dick è uno scrittore visionario e geniale. Ecco il primo capitolo di una delle sue tante illuminanti opere: Follia per sette clan. Enjoy.

PHILIP K. DICK

FOLLIA PER SETTE CLAN

CAPITOLO 1

Prima di entrare nella Sala del Consiglio Supremo, Gabriel Baines pensò di farsi precedere dal suo avatar, un brillante prodotto delle famose Industrie Belliche Mani, allo scopo di accertarsi se c’era qualche pericolo. Il suo avatar, costruito accuratamente per rassomigliare a Baines perfino nel più piccolo dettaglio, era stato inventato dagli scienziati Mani, i quali lo avevano predisposto per compiere tutta una serie di lavori, mentre Baines lo impiegava solo per la sua difesa personale, o quando riteneva dipoter correre dei pericoli. Lo scopo principale della sua vita era quello di difendersi, ed era l’unico modo per poter far parte del Clan Para, che si trovava nella città di Adolfville proprio sul polo settentrionale della Luna. Baines si era già allontanato diverse volte da Adolfville, però si sentiva sicuro — o perlomeno abbastanza sicuro — solo quando si trovava all’interno delle robuste mura della città Para. Questo provava il suo diritto ad appartenere al Clan, e al contempo dimostrava che non simulava al solo scopo di penetrare nella città più fortificata, imprendibile e meglio difesa che ci fosse sulla Luna. Non si poteva negare che Baines fosse assolutamente sincero… ammesso poi che qualcuno avesse potuto nutrire dei dubbi al riguardo. Ad esempio: una volta si era recato in quei luridi baraccamenti dove vivevano gli Eb, in quanto era alla ricerca di alcuni di questi che, dopo essere fuggiti da una Brigata di Lavoro, si erano nascosti nella città Eb di Gandhitown.
Considerato che gli Eb erano praticamente uguali l’uno all’altro,aveva dovuto faticare non poco per riconoscerli: infatti erano luridi e cenciosi, delle vere e proprie caricature di esseri umani, col viso perennemente atteggiato a un sorriso ebete e del tutto incapaci di effettuare dei ragionamenti appena razionali. Erano del tutto identici. Considerata la necessità dei Para di usufruire di una notevole quantità di lavoratori per rinforzare ed aggiustare le fortificazioni di Adolfville nell’ottica delle frequenti incursioni dei Mani, gli Eb venivano impiegati per i lavori di bassa manovalanza, dato che non sapevano fare altro. Va poi doverosamente detto che nessun Para si sarebbe mai sognato di sporcarsi le mani in un lavoro infimo…

Comunque, tra le baracche diroccate degli Eb, aveva avvertito il senso di qualcosa di infinitamente grande nascosto tra quelle che erano le più infime tra le costruzioni degli uomini. Era un enorme immondezzaio dove gli Eb vivevano in case di cartone, ma non ci facevano caso, dato che riuscivano a mantenere il loro equilibrio mentale, vivendo tranquillamente tra i rifiuti.

Quel giorno, al Consiglio al quale partecipavano i Delegati di tutti iClan, gli Eb avevano un loro oratore. E Baines, inviato per rappresentare iPara, si sarebbe trovato nella stessa stanza con uno degli aborriti Eb. Con tutta probabilità anche quell’anno si sarebbe trattato della grassa e spettinata Sarah Apostoles. Ben più pericoloso però era da considerarsi il rappresentante dei Mani: come ogni Para, Baines era terrorizzato dalla vista anche di uno solo di loro. La loro violenza brutale e senza motivo gli procurava ogni volta uno shock: non riusciva a comprenderla, proprio perché era del tutto immotivata. Lui aveva considerato per lungo tempo i Mani ostili, ma, ciononostante, non era mai riuscito a capire il loro comportamento e la loro aggressività: l’unico fatto incontrovertibile era che loro adoravano la violenza. Provavano un piacere perverso nel distruggere le cose e nel terrorizzarela gente, soprattutto i Para. Ma non c’era nulla da fare. Provò un brivido di paura lungo la schiena, pensando in anticipo al suo incontro con Howard Straw, il Delegato dei Mani. In quel momento ritornò il simulacro, tra soffi e sibili, ma sempre conquel sorriso stereotipato sul viso uguale a quello di Baines. «Tutto a posto, signore. Non ci sono gas letali, scariche elettriche, veleno nella caraffa dell’acqua, feritoie per fucili laser, o qualche altra arma nascosta. Suggerirei di entrare, perché il luogo è assolutamente sicuro.»Poi, con un ultimo cigolìo, si immobilizzò e tacque.«Non ti si è avvicinato nessuno?», chiese Baines.«Nella sala non c’è nessuno,» rispose il simulacro, «eccettuato natural-mente l’Eb che sta scopando per terra.» Baines preferì non correre dei rischi inutili: dato che era il prodotto migliore di una società ricca di astuzie e di precauzioni, socchiuse la porta diquel tanto che era sufficiente per dare una rapida occhiata all’interno. L’Eb — un maschio — stava pulendo il pavimento con gesti lenti e sempre uguali, mentre la solita espressione stupida e sorridente gli era stampa-ta sul viso, quasi che quel lavoro lo divertisse enormemente.Avrebbe potuto continuare a lavorare così per mesi senza mai stancarsi: gli Eb non riuscivano a provare stanchezza, dato che non erano capaci di capire la differenza che passava tra lavoro e riposo.Forse, pensò Baines, c’era un lato positivo in quella semplicità. Per un momento ricordò fugacemente il famoso Santo degli Eb, Ignazio Ledebur, che aveva peregrinato per anni di città in citta, diffondendo dappertutto la sua spiritualità e la sua innocente personalità Eb. A ogni modo, questo individuo sembrava assolutamente innocuo… Infatti, alla fin fine, gli Eb ed i loro Santi, non cercavano di convertire nessuno al loro modo di pensare, come facevano invece gli Schizo. Tutto quello che chiedevano era che li lasciassero in pace: non volevano essere infastiditi dai problemi della vita, e ogni anno cercavano di lasciarsi alle spalle le complessità dell’esistenza. In questo modo, pensò Baines, espletavano soltanto le funzioni vegetali, che per un Eb  dovevano essere l’ideale. Controllata la pistola laser, Baines decise che poteva entrare. Passo dopo passo, con la massima attenzione, attraversò la Sala del Consiglio, raggiunse una sedia, poi si spostò di colpo verso un’altra: quella era troppo vicina alla finestra e avrebbe rappresentato un ottimo bersaglio per un tiratore nascosto fuori. Per distrarsi mentre attendeva l’arrivo degli altri, tentò di parlare conl’Eb.
«Come ti chiami?» gli chiese.
«Jacob Simion,» rispose l’Eb continuando a scopare per terra e senza mutare espressione. Un Eb non riusciva ad accorgersi se lo prendevano in giro. Erano assolutamente privi del senso del ridicolo: oppure non ci facevano caso.
«Ti piace questo lavoro, Jacob?», domandò Baines accendendo una sigaretta.
«Certo.» L’Eb rise a piena gola, senza motivo.
«Passi sempre il tuo tempo a scopare per terra?»
«Eh?» l’Eb non parve capire la domanda.Poi la porta si aprì ed apparve Annette Golding, la Delegata dei Poli: carina e grassottella, portava sotto il braccio la borsetta e si aggiustò i capelli mentre ansimava per riprendere fiato.
«Credevo di essere in ritardo,» mormorò piano.
«No,» la rassicurò Baines, alzandosi per offrirle una sedia. Intanto la guardava con occhio professionale: non sembrava nascondere nessuna arma. Comunque poteva avere delle spore mortali celate in qualche sacca di gomma situata all’interno della bocca. Quando si rimise a sedere, ritenne più prudente scegliere la sedia all’altra estremità della grande tavola. La distanza era importante per il raggio d’azione delle spore.
«Fa caldo qui dentro!», osservò Annette tutta sudata.
«Ho corso per tutta la strada fino alle scale.» guardò Baines negli occhi con il tipico sorriso spontaneo dei Poli. Sarebbe stata molto attraente, se solo avesse perso qualche chilo. Tuttavia, a lui Annette piaceva molto, e allora colse quell’occasione per intavolare un certo discorso:« Annette,» disse «sei una donna molto bella e piacevole: inoltre sei assai riposante. È un vero peccato che non ti sposi. Se sposassi me…»
«Certo, Gabe!», sorrise Annette.
«Sarei protetta sicuramente. Avremmo cartine al tornasole in tutti gli angoli della casa, analizzatori atmosferici sempre in funzione, e strumenti di controllo per tutto ciò che accade all’esterno.»
«Non scherzare!», brontolò Baines di malumore.Si chiese quanti anni potesse avere: comunque non più di venti. E, come tutti i Poli, sembrava una bambina. I Poli non diventavano mai adulti: rimanevano sempre in uno stadio intermedio, perché che cos’era dopotutto il Polimorfismo se non un prolungamento della gioventù? Tutti i bambini dei Clan quando nascevano erano Poli e frequentavano una scuola comune, senza cominciare a differenziarsi gli uni dagli altri prima di aver raggiunto i dieci o undici anni. E alcuni, come Annette, non si riuscivano a distinguere neppure allora. Aperta la borsetta, Annette ne tirò fuori un sacchetto di canditi che cominciò a mangiare rapidamente.
«Mi sento nervosa,» spiegò «e quindi devo mangiare.»
Offrì il sacchetto a Baines ma lui declinò l’offerta: in fin dei conti, doveva stare attento. Era riuscito a conservarsi in vita per trentacinque anni e non intendeva certo morire proprio adesso, a causa di un po’ di golosità. Ogni cosa doveva essere prevista in anticipo e non poteva infrangere le regole che si era imposto, se voleva continuare a vivere per altri trent’anni almeno. Annette disse: «Penso che quest’anno sarà Louis Manfreti a rappresentare il Clan degli Schizo. Mi piace moltissimo sentirlo parlare: ha sempre qualcosa di interessante da dire, circa le visioni che il suo Clan riceve dalle ere più remote.Bestie del cielo e della terra, mostri che combattono nel sottosuolo…»
Poi, si mise a succhiare con aria pensierosa un candito troppo duro per essere masticato. «Gabe, pensi che le visioni degli Schizo siano reali?»
«No,» rispose sinceramente Baines.
«Ma allora perché continuano a pensare e a parlare soltanto di quello? Almeno per loro, saranno reali!»
«Stupidaggini!», mormorò Baines in tono sprezzante. Poi annusò l’aria e spalancò di colpo gli occhi: aveva percepito un odore insolito, dolciastro. Si rilassò solo quando pensò che fosse il profumo di Annette. Oppure quel gas era stato preparato apposta per farlo pensare inquel modo? Si rimise subito all’erta.
«Hai un profumo nuovo?», chiese in tono falsamente indifferente. «Come si chiama?»
«Notte Selvaggia.» rispose Annette «Ti piace? L’ho comprato da un venditore ambulante giunto da Alpha II: è unico in tutto il sistema, ma mi costa 90 crediti, ossia la paga di un mese.» I suoi occhi divennero tristi.
«Sposami!», cominciò a dire Baines, ma dovette interrompersi subito. Il Delegato dei Dep era apparso sulla porta: fermo sulla soglia con l’espressione di un animale braccato, puntava gli occhi spalancati su Baines.
«Dio Santo!» gemette quello, non sapendo se doveva provare dellacompassione per lui, oppure del disprezzo. Avrebbe potuto anche svegliarsi un pò: tutti i Dep avrebbero potuto svegliarsi, se solo avessero avuto un po’ di coraggio. Ma il coraggio era completamente sconosciuto nella colonia Dep del Sud, e questo inviato mostrava chiaramente in volto questa deficienza. Esitava indeciso sulla porta, timoroso se entrare o no, e talmente rassegnato al proprio destino da essere privo di ogni capacità decisionale. Probabilmente, se fosse dipeso da lui, avrebbe semplicemente contato fino aventi un paio di volte quindi, voltate le spalle, avrebbe preso la fuga.
«Entrate.» lo invitò dolcemente Annette, indicandogli una sedia.
Lui avanzò lentamente, senza che la sua agitazione accennasse a diminuire: «Ci faremo soltanto a pezzi l’un l’altro, senza giungere ad alcun risultato. Non vedo nulla di positivo in queste liti.» comunque si sedette rassegnato al suo posto, tenendosi la testa tra le mani.
«Io sono Annette Golding,» disse Annette «e questo è Gabriel Baines, del Clan dei Para. Io sono dei Poli. E voi siete dei Dep, non è vero? L’ho immaginato dal modo in cui tenete gli occhi bassi.» Sorrise con simpatia.
Il Dep non parlò e non disse neppure il suo nome. Baines sapeva che per un Dep era molto difficile parlare: per loro era un’impresa ardua sforzarsi di dire qualsiasi cosa. Questo Dep doveva essere arrivato in anticipo per paura di arrivare in ritardo: era un eccesso di precauzione, tipica di tutti i Dep. A Baines non piacevano. Erano completamente inutili sia per sé che per gli altri Clan: forse la cosa migliore era che morissero. Non potevano neppure servire come operai, come succedeva per gli Eb: se si cercava di farli lavorare, si stendevano a terra e restavano a fissare ilcielo in silenzio, privi di ogni accenno d’intelligenza. Chinatasi verso Baines, Annette mormorò piano: «Cerca di incoraggiarlo un po’.»
«All’inferno!» imprecò Baines per tutta risposta «Che me ne importa? È colpa sua se si è ridotto in questo stato: potrebbe cambiare, se solo volesse. Anche lui potrebbe pensare a cose più piacevoli se solo facesse un piccolo sforzo. In fondo la loro sorte non è certo peggiore della nostra, anzi forse è molto migliore: dopotutto, vanno avanti a passo di lumaca… E non farei fatica a fare in un anno il lavoro che svolgono una dozzina di Dep.»
In quel momento si affacciò sulla porta aperta una donna alta, di mezza età che indossava un lungo mantello grigio. Era Ingred Hibbler, la Man: mormorando fra sé, girò due o tre volte intorno al tavolo, dando continui colpetti ad ogni sedia. Baines e Annette rimasero silenziosi, in attesa. L’Eb che scopava il pavimento alzò per un momento gli occhi e ridacchiò come un idiota. Il Dep rimase immobile, immerso in profondi pensieri. Finalmente, la signorina Hibbler trovò una sedia che sembrò soddisfarla e sedette compostamente, con le mani strettamente allacciate in grembo e i pollici che ruotavano a grande velocità, come se stesse sferruzzando per farsi un invisibile indumento protettivo. «Mi sono scontrata con Straw, al parcheggio,» disse continuando a contare silenziosamente durante le pause del discorso. «Quel Mani è un individuo odioso. Ha cercato di investirmi con la sua auto. Ho dovuto…» a questo punto s’interruppe.
«Ma non bisogna preoccuparsi: è molto meglio. È difficile liberarsi della sua influenza velenosa, una volta che uno ne sia stato fatto oggetto.» Provò un brivido lungo la schiena. Annette parlò, senza rivolgersi a nessuno in particolare: «Se quest’anno il Clan degli Schizo è rappresentato da Manfreti, probabilmente lo vedremo entrare dalla finestra e non dalla porta.» poi sorrise divertita e l’Eb, sempre continuando a scopare il pavimento,rise anche lui. «E poi, deve ancora arrivare il Delegato degli Eb,» aggiunse Annette.
«Sono i… io il delegato di G… Gandhitown,» tartagliò l’Eb, Jacob Simion, muovendo avanti e indietro la scopa con gesti meccanici dettati dall’abitudine. «Ho p… pensato di fare q… qualcosa mentre a… aspettavo…» Così dicendo, sorrise a tutti i presenti.
Baines sospirò. Il rappresentante degli Eb era servile. Il che era abbastanza naturale: infatti tutti gli Eb lo erano, almeno potenzialmente, se non davvero. Ora mancavano soltanto lo Schizo e il Mani, Howard Straw, che sarebbe arrivato solo dopo aver distrutto tutte le auto ferme al parcheggio e dopo aver spaventato i Delegati man mano che arrivavano.
Meglio che non tenti di spaventare me, pensò Baines. La pistola laser nella sua tasca non era finta. E poi c’era anche il suo avatar, nel corridoio, che aspettava ordini.
«Perché è stata convocata questa riunione?», chiese la signorina Hibblere si mise a contare velocemente con gli occhi socchiusi e le dita che si muovevano con estrema rapidità. «Uno, due. Uno, due.»
Annette lanciò uno sguardo attento alle persone sedute intorno al tavolo. «Ho saputo una strana notizia. È stata avvistata un’astronave sconosciuta che sembra non provenga da Alpha II. È l’unica cosa certa che sappiamo.» Quindi si rimise a mangiare canditi.
Baines si accorse divertito che aveva fatto fuori quasi tutto il sacchetto. Annette, come ben sapeva, soffriva di un disturbo che le provocava una forte golosità. E, ogni volta che s’innervosiva o si preoccupava troppo, questo desiderio si faceva più acuto.
«Un’astronave!» disse il Dep scuotendosi dal suo torpore «Forse riusci-rà a tirarci fuori da questo imbroglio.»
«Quale imbroglio?», chiese la signora Hibbler.
Agitandosi inquieto sulla sedia, il Dep rispose lentamente: «Lo sapete.»
Fu tutto quello che riuscì a dire, poi si fece di colpo silenzioso e sprofondò in un abisso di malinconia. Era logico per un Dep, pensò Baines, considerare ogni cosa fuori del normale come un grosso problema: infatti loro avevano una paura folle di ogni cambiamento della realtà esistente. Il disprezzo di Baines crebbe. Ma… un’astronave… Il suo disprezzo per il Dep divenne preoccupazione. Era una notizia certa? Straw, il Mani, doveva saperlo senza alcun dubbio. Al Grande Da Vinci i Mani disponevano di apparecchi estremamente precisi per l’avvistamento delle astronavi in arrivo e in partenza: anzi, era probabile che la prima notizia fosse uscita proprio da lì… a meno che non fosse il frutto della visione di qualche Schizo.
«Scommetto che è un trucco!», disse Baines ad alta voce. Tutti, nella sala, anche il malinconico Dep, si voltarono a guardarlo, e perfino l’Eb smise per un istante di scopare.
«I Mani,» cominciò a dire Baines, «hanno sempre cercato di ingannarci in qualche modo, per avere un vantaggio rispetto a tutti noi e poterci quindi colpire meglio alle spalle.»
«Ma perché mai dovrebbero farlo?», domandò la signorina Hibbler.
«Sapete benissimo che i Mani ci odiano,» rispose Baines. «Infatti sono delle creature crudeli e violente, dei sadici bellicosi che mettono mano alle armi non appena sentono pronunciare la parola “cultura”. Questa crudeltà è insita nel loro stesso metabolismo: è l’antica barbarie che ritorna alla luce.»
Questo però doveva ancora essere dimostrato: a voler essere onesti, Baines doveva ammettere che non sapeva il vero motivo per cui i Mani erano così odiosi. Forse era il piacere di incutere paura e terrore agli altri… No, pensò, deve esserci sotto ben altro che questo! Sono malvagi e invidiosi, e ci odiano perché noi siamo culturalmente superiori. Eppure, diversamente che nel Grande Da Vinci, nelle loro città non esiste alcun ordine politico, nessuna unità: soltanto un coacervo di progetti tanto preten-ziosi quanto incompleti, che loro definiscono “creativi”, e che iniziano ma non portano mai a termine.
Annette a quel punto intervenne: «Straw è un po’ sporco, lo ammetto: inoltre, è avventato e temerario. Ma perché mai avrebbe dovuto inventarsi un’astronave? Che ragioni hai per credere che si tratti di un imbroglio?»
«Lo so e questo mi basta!», rispose Baines con determinazione. «Tutti i Mani — e soprattutto Howard Straw — ci odiano: dobbiamo essere uniti per proteggerci da…» a questo punto s’interruppe, perché la porta si era aperta e Straw era entrato nella stanza. Rosso di capelli, grande e muscoloso, avanzava sogghignando. L’apparizione di un’astronave sconosciuta vicino alla loro piccola luna, non lo aveva certo spaventato. Ora mancava solamente il Delegato degli Schizo che, come al solito, sarebbe arrivato perlomeno con un’ora di ritardo. Probabilmente stava girando in trance da qualche parte, sperduto nelle nebulose visioni di qualche realtà archetipa, o era immerso nelle forze cosmiche che reggevano le strutture dell’intero Universo, affacciato su quello che chiamavano Urwelt.
Avrebbero dovuto aspettare e cercare di farlo nel miglior modo possibile; perlomeno per quanto aveva tratto con la presenza di Straw. Ed anche della signorina Hibbler, che non sembrava interessarsi assolutamente agli altri. Dell’Eb e del Dep non era neppure il caso di parlare. Lo stesso Baines non aveva alcun interesse ad alleviare l’atmosfera tesa che si era creata: l’unica cosa che lo interessava era Annette e il suo seno opulento con le punte rivolte verso l’alto. Nonostante ciò, non riusciva mai a combinare qualcosa con lei, ma non per colpa sua: tutti i Poli erano così. Nessuno di loro sapeva mai che decisione prendere lì per lì. Erano ostili per principio a qualsiasi cosa, e andavano contro tutto ciò che era logico. Ma non erano farfalle attratte dalla luce come gli Schizo, o automi privi di cervello come gli Eb. Però erano molto vitali. Era soprattutto questo che gli piaceva in Annette: la sua vitalità e freschezza. Eppure ora lei si era chiusa in se stessa come se fosse costretta in una custodia di acciaio di qualche vecchia arma di una guerra antichissima. Lei aveva vent’anni e lui trentacinque, e forse era questa la spiegazione. Ma non ne era convinto. Allora pensò: Scommetto che mi tratta così apposta: sta cercando di farmi sentire male. E in risposta, tutto ad un tratto, sentì di provare per lei il gelido e ragionato odio tipico dei Para. Annette, facendo finta di non notare i suoi sguardi, continuò a mangiare gli ultimi canditi rimasti nel sacchetto.Il Delegato degli Schizo all’incontro biennale di Adolfville, Omar Diamond, stava guardando la scena intorno a lui e vedeva chiaramente i due draghi gemelli, uno rosso e l’altro bianco, che rappresentavano la morte e la vita: i due rettili combattevano tra di loro, rendevano la piana tremolante e, in alto, sopra il loro capo, il cielo stava ormai per spezzarsi, mentre un sole grigio e morente risplendeva debolmente su quel mondo perduto.
«Fermatevi!», ordinò Omar, alzando una mano in direzione dei due draghi.Un uomo e una donna dai soffici capelli ondulati, che stavano avanzando verso di lui lungo il marciapiedi del quartiere centrale di Adolfville, si arrestarono sorpresi.
«Che succede?», chiese la donna «Mi sembra che stia facendo qualcosa.»
«È soltanto uno Schizo,» rispose divertito l’uomo, «e dev’essere in preda alle sue visioni.»
Omar mormorò: «Siamo nuovamente in guerra. I fattori vitali sono in declino: c’è qualcuno che vuole prendere la fatale decisione di restaurarli, sacrificando la propria vita?»
L’uomo, strizzò un occhio alla moglie, e le indicò lo Schizo con un cenno della testa: «A volte, quando si fanno delle domande, si possono ricevere delle risposte interessanti. Vai a chiedergli qualcosa, ma che non sia troppo specifico. Prova a domandargli ad esempio: “Qual è il significato della nostra esistenza?”.»
L’uomo la sollecitò ad andare, e lei si avvicinò ad Omar con estrema prudenza.
«Scusatemi: esiste la vita dopo la morte?»
Omar rispose seccamente: «La morte non esiste.» Era rimasto stupito da quella domanda: presupponeva un’ignoranza davvero abissale. «Quello che voi chiamate MORTE, è soltanto uno stadio in cui una nuova forma di vita giace addormentata, in attesa di assumere la sua prossima incarnazione.» poi alzò le braccia, e continuò: «Vedi? Il drago della vita non può essere ucciso. Anche se il suo sangue scorrerà rosso sui prati, le sue nuove forme sorgeranno da ogni parte, per ritornare poi a vivere. Il seme sepolto nella terra germoglierà nuovamente.»
Quindi passò oltre, lasciando l’uomo e la donna di sasso. Devo andare al palazzo di pietra, disse Omar a sé stesso. In quel palazzo di sei piani dove mi stanno aspettando: il rude Howard Straw, l’enigmatica signorina Hibbler tutta presa dai suoi numeri, Annette Golding, l’incarnazione della vita, e Gabriel Baines, che è costretto a pensare a come difendersi da cose che non lo attaccheranno mai. E poi c’è quell’uomo semplice con la scopa, che è più vicino a Dio di tutti quanti gli altri e quella creatura malinconica che non alza mai gli occhi: non ha neppure un nome. Come avrebbe dovuto chiamarlo? Forse Otto. Ma no: era molto meglio Dino. Dino Watters. Quello attendeva la morte, senza sapere che già viveva come un fantasma: anche la morte non sarebbe riuscita a proteggerlo da lui stesso. Fermatosi alla base del grande palazzo di pietra, il più grande che c’era in tutta la colonia Para di Adolfville, Omar lo evitò. Quindi si fermò dinanzi alla finestra giusta e ne grattò il vetro con un’unghia finché non vennero ad aprirgli.
«Come mai non è venuto il signor Manfreti?», chiese Annette.
«Quest’anno non ha potuto.» rispose Omar «Vive in un altro mondo e non fa altro che stare seduto: deve essere nutrito con un cannello attraverso il naso.»
«Oh,» rabbrividì Annette «catatonia!»
«Uccidetelo!», disse brevemente Straw «e l’avrete fatta finita per sempre con lui. Gli Schizo catatonici sono ancora peggio che inutili: sono le fogne dove vanno a finire tutti i miracoli di Giovanna d’Arco. Non c’è da meravigliarsi se la vostra colonia dia così povera.»
«Sarà povera in senso materiale,» proclamò Omar, «ma è ricca di valori immutabili.» poi si allontanò il più possibile da Straw. Non riusciva a sopportarlo: nonostante il suo nome, Straw era un pervertito ed un violento. Godeva moltissimo nel distruggere o tormentare qualcuno: era crudele per amore della sensazione in sé, non perché ne sentiva il bisogno. Non aveva assolutamente la percezione del male. Dall’altra parte del tavolo stava seduto Gabriel Baines. Anche lui, come tutti i Para, poteva essere crudele, ma lo era solo quando doveva difendere se stesso, perché era condizionato a proteggersi da tutto ciò che avrebbe potuto essergli dannoso. E non poteva quindi essere giudicato alla stessa stregua di Straw. Mentre sedeva al suo posto, Omar disse: «Che questa assemblea sia benedetta. Ed ora diteci che cosa è successo.» quindi si girò verso Straw «Che notizie avete, Straw?»
«Un’astronave armata!» rispose il Mani con un sorriso crudele e soddisfatto: stava godendo dell’ansietà di tutti i presenti «Non un’astronave mercantile proveniente da Alpha II, ma addirittura di un altro sistema solare: abbiamo usato un telepate per captare i loro pensieri. Nulla circa un’eventuale visita commerciale, ma…» si fermò deliberatamente arrivato a metà frase. Voleva vederli tremare di paura.
«Dobbiamo difenderci!», esclamò Baines con calore e la signorina Hibbler assentì, imitata dalla riluttante Annette. Perfino l’Eb smise di ridacchiare e sembrò di colpo profondamente infelice.
«Qui ad Adolfville,» continuò Baines «appronteremo le prime difese. Straw: contiamo sulla vostra colonia per tutti gli apporti tecnologici: ce ne aspettiamo parecchi! Sarà la prima volta che saranno usati per il bene comune.»
«Il “bene comune”!», lo rimbeccò Straw. «Vorrete dire per il vostro bene!»
«Dio mio!», disse Annette. «Possibile che siate sempre così irresponsabile, Straw? Non riuscite a capire le conseguenze di questa crisi? Pensate ai nostri bambini: dobbiamo proteggere almeno loro.»
Omar Diamond cominciò a pregare, più per sé stesso che per gli altri: «Lasciate che le forze della Vita trionfino sul campo di battaglia. Lasciate che il drago bianco metta in fuga il rosso seminatore di morte: lasciate che il grembo della nostra grande madre protegga questa piccola terra e la preservi da coloro che combattono nel campo del Male!»
Allora, ricordò di colpo la visione che aveva avuto durante il viaggio che lo aveva portato fin lì: era stato un avvertimento dell’arrivo del nemico. L’acqua di un fiume si era mutata in sangue non appena lui l’aveva attraversata. Solo ora ne capiva il significato. Guerra e Morte, e forse la distruzione dei Sette Clan e delle loro sette città, o meglio sei, perché non era certo da contarsi quel mucchio di spazzatura che era la colonia degli Eb.
Dino Watters, il Dep, mormorò con voce roca: «Siamo perduti!»
Tutti lo guardarono di traverso: anche Jacob Simion, l’Eb.
«Perdonatelo!», sussurrò Omar. E da qualche parte, nell’immensa vastità dell’universo invisibile, lo Spirito della Vita sentì, accolse la richiesta, e perdonò quella povera creatura che era Dino Watters, della Colonia Dep Cotton Mather.

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