Racconto di Capodanno

Nella città balaghendiana di Stok, c’è una vecchia usanza che ha resistito al correre del tempo e delle tecnologie sostanzialmente intatta.
Si tratta di una semplice convenzione, l’ultimo giorno dell’anno, tutti i sudditi del regno della piccola Città-Stato sono invitati a formare due file: una per chi si ritiene meritevole di un premio, che va dritta alla sala del Tempio, e una per chi si ritiene in difetto e vuole donare qualcosa. La seconda fila porta alla sala del Trono, dove, si suppone, il Re stia aspettando i donanti.
In verità, l’ultimo giorno dell’anno è sempre stato come una vacanza per il Re, a memoria d’uomo, infatti, nessuno si era mai presentato a donare qualcosa.
Potete quindi immaginare lo stupore di tutti i sudditi, sapientemente incolonnati secondo censo ed età nella lunga coda che conduce al Tempio, nel vedere un uomo, quella mattina dell’ultimo dell’anno, aspettare composto davanti al grande portone d’acero e bronzo del Palazzo Reale.

Infatti, non è proprio l’imprevedibile presenza di un silenzioso e composto donante a far aprire il portone, – che ormai da anni restava semplicemente chiuso, mentre il re approfittava per recuperare il sonno e giocare a palla brace – ma l’insistente mormorio della folla incolonnata, a spingere le sentinelle a chiedersi che diamine stia succedendo.
Aprono i pesanti battenti e vedono il giovane uomo in attesa, vestito di una meravigliosa tunica amaranto di velluto italiano, la barba nera, ben curata e lo sguardo sfrontato, il mento alto.
Con gli avambracci regge uno scrigno di argento indiano, cesellato dagli dei.
Le sentinelle restano abbagliate e anziché chiedere nome e provenienza, come loro dovere, spalancano le porte del Palazzo e lo lasciano passare, accennando addirittura un inchino.
Il mormorio della folla incolonnata diventa incontenibile curiosità e, per la prima volta a memoria d’uomo, la lunga coda dei giusti si sparpaglia, si creano gruppi di pettegoli e capannelli di indignati.

Intanto, il misterioso giovane avanza fino alla Sala del Trono, dove il Re, che non è neppure stato avvisato, si trova nel pieno di una partita di palla brace. È troppo intento a schivare i tizzoni incandescenti e deviarli con la palla di ferro nel canestro di rame per accorgersi dell’ospite inatteso.
L’uomo entra nella Sala del Trono, appoggia lo scrigno sul lungo tavolo dove quella stessa notte dovrebbe celebrarsi la festa per l’anno nuovo, fa scattare la sicura e lo apre, lentamente.
Il Re impreca per una scheggia di brace che gli finisce nell’occhio destro.
L’uomo non si scompone, dallo scrigno estrae una daga affilata e lucente e raggiunge a lenti passi il Re che finalmente si accorge del visitatore.
“Mio Re.” dice l’uomo, si inginocchia al limitare del campo di gioco, china il capo e appoggia la daga sui palmi delle mani, come per offrirla al sovrano.
Il Re è disorientato, ordina al Tirabrace di sospendere. Si passa l’avambraccio sulla fronte madida e si avvicina al visitatore sorridendo.
“Non mi dite che abbiamo un donante!!!”
L’entusiasmo del Re fa sorridere il giovane uomo che risponde: “Sì mio sire, vengo a portare un regalo.”.
“Una splendida daga a quanto vedo. Ti dovrò dare un obolo in cambio però, sai che quando si regalano lame…” il Re si avvicina, invita l’uomo ad alzarsi e prova a prendere la daga, ma il donante ritira le mani e dice: “Non sarà necessario mio Re, non è la daga il regalo, ma il riposo.”.
Detto ciò, infila la daga nel petto del Re, finché non è sicuro di aver raggiunto il cuore. Resta a guardare il sorriso del sovrano trasformarsi in terrore e poi in assenza.
Né le sentinelle, né il Tirabrace reagiscono, sono attoniti, rapiti dalla sicurezza del regicida.
L’uomo dalla preziosa veste amaranto estrae la daga dal petto del re, la pulisce con la sua stessa veste e torna a riporla nello scrigno, finalmente alza la testa e guarda le sentinelle del Re e il Tirabrace. Infila la mano in una delle profonde tasche della veste, prende alcune monete e le lancia sul pavimento.
I soldati e il Tirabrace si chinano per prenderli e allora l’uomo dice: “Inginocchiatevi di fronte al vostro Re!”. Viene incoronato in quello stesso momento, il corpo del vecchio re consegnato alla folla e con lui le nuove regole del regno.

È stato così che una vecchia convenzione, che ha resistito al correre del tempo e delle tecnologie sostanzialmente intatta, è cambiata per sempre.
Inutile chiedersi se sia stata la presunzione di bontà tipica degli uomini incolonnati in attesa di un premio che non meritano, o l’atteggiamento servile e inerme verso chi si presenta come donante a lasciar solo il Re, senza popolo e sentinelle.
Inutile chiederselo.
Fatto sta che da allora, se vi capita di passare nella città balaghendiana di Stok il giorno dell’ultimo dell’anno, vedrete una sola fila di sudditi, sapientemente incolonnati per censo ed età, con le mani impegnate a reggere doni per il nuovo Re.
Qualcuno dice che un giorno arriverà un uomo e solo si metterà in attesa davanti alla porta del Tempio e chiederà in regalo la libertà. Questa però è solo una leggenda.

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