Moses il Saggio

Viveva a quel tempo, nell’antica casa diroccata dietro al Castello di Baronia, Moses il saggio. Si trattava di un tipo un po’ zozzo, coi capelli aggrovigliati, due potenti occhi grigi, i piedi neri, rigorosamente scalzi, e un alito leggendario, nel senso che gli puzzava il fiato a metri di distanza. Moses in una società normale di certo non avrebbe acquisito il titolo di Saggio tanto facilmente, ma erano tempi quelli in cui la mancanza assoluta di credibilità da parte dell’ordine costituito aveva permesso la rapida ascesa di Moses da ignorato senzatetto a icona popolare.

Ando così: poco prima di essere sgozzato da una folla inferocita nella pubblica piazza, il Re della provincia, Gustavo di Baronia, aveva indetto un bando. Si trattava di una specie di concorso, dove il premio era nientemeno che la mano della principessa Clotilde, unica erede di Gustavo, notoriamente sovrappeso e insopportabile. 
Per potersi aggiudicare cotanta ricompensa, tutti gli uomini della provincia erano invitati a presentarsi a corte con un sacchetto di juta nero calato sulla testa. 

Di certo non era l’avvenenza di Clotilde il motivo, ma fatto sta che la piazza antistante il castello si riempì in fretta di uomini incappucciati, bramosi di nobilitare il proprio cognome con poco sforzo. Delle ancelle uscirono dal convento di fianco al castello, giravano tra gli uomini incappucciati con una borsa aperta e li invitavano a pescare ciascuno un bastoncino di legno. Distribuiti tutti i bastoncini, le ancelle rientrarono in convento e, preceduto da un acuto squillo di trombe, Re Gustavo si mostrò alla piccola folla di incappucciati.

“Miei fedeli sudditi,” cominciò, “potete levarvi i cappucci!”. 

Quel gesto collettivo trasformò l’anonima folla in un variegato paesaggio umano, intorpidito solo dal diffondersi simultaneo di un sottile odore di fogna: Moses si era tolto il cappuccio. Nessuno però faceva caso allo sgradevole effluvio, poiché il momento era topico. Il Re, finalmente, si apprestava a svelare l’arcano: “Ora, guardate il bastoncino che hanno distribuito le ancelle.” ordinò.
Gli uomini esaminarono con cura il piccolo pezzo di legno che avevano in mano.
Il Re continuò: “Chi ha una corona rossa disegnata sopra?”.

Fu molto lo scandalo quando il braccio di Moses si alzò come un punto esclamativo tra una fila di punti fermi. Era vero però, la corona rossa era lì, incisa ben visibile in rosso sul legno chiaro. 
Tra il brusio di disappunto generale, le guardie del re andarono a prelevare Moses e lo portarono a cospetto di Gustavo. Il sovrano ci mise non poco a spegnere il disappunto degli sfortunati, poi disse: “Moses il senzatetto mi dicono. Oggi la fortuna ti sorride, ma dimmi: cosa sei disposto a fare per meritare la mano della mia unica erede?”.

Moses contrasse la fronte, sembrava un po’ intimidito, in realtà era colite, non gli dava tregua da giorni e, proprio nel silenzio generato dall’attesa, cominciò a scoreggiare violentemente. 

La folla prima scoppiò a ridere, poi prese lamentarsi dell’insopportabile odore. Perfino il Re, noto per la sua imperturbabilità, dovette tapparsi il naso per ricominciare a parlare: “Capirai caro Moses che davvero non posso permettere che la mia unica figlia giaccia con te.” 

Moses non riusciva a parlare, un maremoto intestinale occupava tutte le sue distrazioni e alla fine cedette: una pozzanghera di diarrea si sparse ai suoi piedi, accompagnata da rumori simili alla partenza di un razzo da Capo Canaveral. Fu allora, che nella folla apparve lui, il visionario, il rivoluzionatore: “Ha ragione Moses! Senza simboli non c’è rivoluzione!” prese a urlare. “Il re ci ha dato merda e merda riceverà in cambio.”. 

La folla invasata si impadronì della scena, fece scempio delle guardie e sgozzarono il re, delle ancelle e Clotilde meglio non dire, il tutto lo fecero avvolti dall’acre odore liberato dagli intestini di Moses. 

Moses non cambiò la sua vita quel giorno, ma quella dell’intera provincia.
Da allora, in tutta Baronia spuntarono arazzi, affreschi e aedi che raccontavano di quel Moses il Saggio che, defecando, aveva dato vita a un nuovo mondo. 

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