Racconto di Capodanno

Come ogni anno, ecco il Racconto di Capodanno. Enjoy.

Il portinaio magico

I

“E quando pensavi di dirmelo?” Marta era piuttosto seccata e fumava, tenendosi stretto il gomito con una mano e la sigaretta tra le dita dell’altra, tese strighe che accompagnavano le sue parole tracciando dei fendenti di brace nell’aria umida.

Andrea aveva chinato leggermente la testa e assunto lo sguardo da gatto di Shrek:

“Ma mamma, io…”.

“Beh, comunque la risposta è no, non ci vai alla festa di Marco, impari ad avvisarmi prima. Ho annullato delle cene io sai, per stare con te anche stasera.”

“Ma l’ho saputo solo stamattina. Papà ha detto…”

“Sentiamo, sentiamo cos’ha detto quel celebre pedagogo di tuo padre.” Marta finisce la sigaretta con un’ultima aspirata che le strizza le guance e la getta oltre al marciapiede come un’arma usata.

“Allora?” insiste. 

Andrea abbassa la testa del tutto e mormora: “Niente.”.

“Bene.” sentenzia la madre, “Io devo tornare al lavoro, ci vediamo a casa. Ricordati di scongelare le lasagne di nonna, se no digiuniamo anche a capodanno.”.

Andrea annuisce, ha sempre lo sguardo per terra e il mento gli batte sul petto, aspetta un bacio che non arriva e, quando rialza lo sguardo, Marta non c’è più.
Gli viene un po’ da piangere, ma papà gli dice sempre che non vale la pena e allora tira su col naso e torna verso casa, senza permettere alle lacrime di sconfinare le palpebre. 

Apre il portone e il vecchio Giuseppe esce dalla portineria con un gran sorriso stampato sul volto largo e solcato dagli anni: “Eccolo il mio campione! Pronto a festeggiare?”.

Investito da tutto quell’affetto, Andrea si dimentica di quello che dice papà e le lacrime infine sfondano le linee e le guance diventano ruscelli e il mento terra che trema e le mani rami che ballano al vento.
Il sorriso del vecchio Giuseppe si trasforma in una linea e l’anziano portiere poggia una mano sulla spalla del ragazzino: “Ma che succede Andrea? È successo qualcosa?”.

“Do… do… dovevo andare a una… una festa…” riesce a dire, poi i singhiozzi hanno il sopravvento, ma quelle poche parole bastano a Giuseppe per capire la situazione. 

“Su, adesso calmati, vieni con me.”

Andrea si passa il polso del giaccone sugli occhi e segue Giuseppe verso il cortile e poi oltre.

Imboccano le scale che si perdono per i sotterranei del palazzo. Giuseppe accende la luce che illumina un dedalo di corridoi bianchi a perdita d’occhio.
“Sai dove siamo?” chiede.

“Nelle cantine?”

“Quasi.” risponde Giuseppe “Questo palazzo ha 975 anni, sai?”

“Addirittura.”

“Sì. Non quello che vedi sopra eh, quello ne ha meno di cento, ma qui sotto è più vecchio di Matusalemme.”

“Matusachi?”

“Matusalemme. Lascia stare è un gran chiacchierone borioso, ma è solo il personaggio secondario di un vecchio libro.”

Andrea alza le spalle, i due continuano a scendere scale, sono un bel pezzo sotto la superficie della città quando arrivano davanti a una porta chiusa. È di legno molto vecchio, fendenti di aria fredda ci passano attraverso, come lame tra feritoie. Sull’architrave è inciso: 1046, Giuseppe indica la data e dice: “Lo vedi che non ti racconto mica frottole.”. 

“Ma non avevo nessun dubbio, pazzesco: 1046. Grazie signor Giuseppe, mi ha fatto passare la rabbia. Ora è meglio che vada, devo scongelare…”

“Nono, macché, il bello viene ora, non puoi andartene proprio adesso. Dobbiamo andare di là.”

“Di là, oltre la porta?” si sincera Andrea.

“Eh certo, ti ho portato qui per un motivo. Il mio amico Giacomo dice che non sei pronto, ma è solo un pessimista, lo sanno tutti.” 

Andrea è troppo occupato a valutare l’idea di voltarsi e darsela a gambe per dar retta al vecchio.

Giuseppe incomincia a frugarsi nelle tasche, estrae una torcia elettrica: “Reggi qui.” dice, dandola in mano al ragazzo. Poi, con una certa fatica, estrae dalla cacciatora un anello gigante, da cui pendono decine di chiavi. Lo scuote per bene davanti alla luce sicura dell’ultima lampadina: “Eureka!” dice scegliendo una chiave dorata, visibilmente antica.

“Eureche?”

“Niente, niente, solo il modo di dire di un altro amico mio. Su, non perdiamo altro tempo.” Giuseppe infila la chiave nella serratura e la fa scattare, la porta si spalanca impetuosa, con gran fracasso. Andrea istintivamente si copre il capo con le braccia. Giuseppe ride, tutto soddisfatto. “Si è aperta!” urla.
Un curioso odore di funghi e nebbia invade il corridoio. Giuseppe accende la torcia, intaccando appena il buio profondo al di là della porta. Andrea non riesce a chiudere la bocca, ha una certa paura che gli gira per lo stomaco, ma l’entusiasmo del vecchio Giuseppe lo coinvolge.
“Avanti campione, andiamo, la paura è fatta di niente!” dice Giuseppe e si infila nell’oscuro corridoio brandendo la torcia.
“La paura è fatta di niente…” ripete Andrea e lo segue.
Dopo un centinaio di metri, si trovano davanti un muro e, ai lati, due porte, una a destra e una a sinistra.
“Eccoci qui!” dichiara contento Giuseppe.

“E adesso?” chiede Andrea.

“Adesso devi scegliere.”

“Ok.” dice Andrea e fa per afferrare il batacchio della porta sinistra, ma Giuseppe lo ferma.

“Pensaci bene però, perché la scelta che stai per fare è molto importante, potrebbe cambiare il tuo futuro immanente.”

“Immacosa?” 

“Ma nulla, una parola bislacca inventata da un altro mio amico che si fa troppe domande. Su, non ti distrarre, guarda bene le porte, toccale, sentile, pensaci un po’ su e, prima di scegliere, ascolta bene il tuo cuore e la tua pancia. Quando sei sicuro, bussa.”

Andrea dà la torcia a Giuseppe, annuisce e si tira su la cerniera del giaccone per non farsi distrarre dal freddo. Appoggia le due mani aperte prima sulla porta di sinistra, chiude gli occhi, respira profondo, poi ci appoggia l’orecchio, nella speranza di sentire qualcosa, ma nulla. Infine, prova a mettere lo sguardo tra gli spazi del legno, ma ancora niente: solo nero e aria ancora più fredda di quella che già sente addosso.
Giuseppe lo segue col fascio di luce della torcia, annuendo. Andrea si sposta alla porta di destra e ripete il rituale: mani, orecchie e poi occhi, ma anche la seconda porta non gli trasmette niente di niente.

“Non sento nulla.” ammette, sconsolato.

“Non c’è fretta, vai tranquillo. Oddio, vorrei arrivare in tempo per mezzanotte, ma manca ancora un sacco di tempo. Avanti, riprova.”

Andrea scrolla le mani e gira la testa sul collo, fa un respiro profondo e poi appoggia le mani ognuna su una porta e chiude gli occhi. Finalmente, sente qualcosa, la mano destra si sta raffreddando, mentre la sinistra, poco a poco, diventa più calda.
Andrea ritira le mani e dichiara: “Ok, ho scelto!”.

“Ahah evviva! Bene, allora ti devo lasciare, prendi qui.” dice Giuseppe mollandogli in mano la torcia. “Anche se non credo ne avrai bisogno, magari al ritorno, chissà, insomma tienila, mi fa stare più tranquillo se la tieni tu.”

“Ma dove va signor Giuseppe? Io non voglio restare qui da solo, ho paura!”

“Che ti ho detto campione? La paura è fatta di niente. Io non posso guardare oltre la tua porta, quel brontolone di Sigmund mi rovinerebbe il capodanno. Abbi fede, quando raggiungo il corridoio illuminato, fischierò e allora potrai bussare alla porta che hai scelto, va bene?”

“Umm, ok, se lo dice lei. Sarà una cosa lunga? Se non scongelo le lasagne, mamma si arrabbierà ancora e io odio il capodanno arrabbiato.”

“Non ti preoccupare, se è la porta giusta, tua madre non si potrà arrabbiare. Ora vado campione, va bene?”

Andrea annuisce convinto. Quando si volta per chiedere: “E se scelgo quella sbagliata?” Giuseppe è già tutt’uno col nero.

Andrea indaga la porta prescelta con il fascio della torcia: è un legno scuro, rigato profondamente dai secoli, ma austero e degno come il portale di una cattedrale romanica.
Il fischio di Giuseppe percorre le tenebre fitte che li separano, è ora: Andrea afferra il batacchio, lo alza e poi lo batte due volte, fa un passo indietro, ma la porta si spalanca e lo inghiotte.

II

“Dieci, nove, ot…” scandisce Giuseppe davanti all’unica TV dell’appartamento, piazzata in guardiola.

“Signor Giuseppe, signor Giuseppe, mi scusi davvero se la interrompo proprio ora.” urla Marta che arriva di corsa dalle scale.

“Ma, ma si immagini signorina Marta, magari facciamo il brindisi prima, siamo a du…”

La bottiglia che Giuseppe tiene in mano si apre sola e lo spumante trabocca, appena un secondo prima che le campane comincino a suonare e i botti a scoppiare tutt’intorno.

“Mi scusi, sono arrivata proprio nel momento peggiore. Auguri.” dice Marta.
“Affatto.” dice Giuseppe e l’abbraccia, poi riempie due bicchieri di plastica rossa e gliene porge uno.
“Auguri Marta.” dice il portiere alzando il bicchiere.

“Auguri Giuseppe.” i bicchieri si toccano senza produrre alcun suono.

“Avanti, mi dica Marta, cosa la porta qui in un momento così particolare?”

“Ha mica visto Andrea oggi? Non riesco a…”

Il vecchio svuota lo spumante nel bicchiere rosso e lo riempie di nuovo: “Intende suo figlio, il ragazzino?”

“Certo Andrea, il mio Andrea.”

Il portiere sogghigna, svuota di nuovo il bicchiere e di nuovo lo riempie. Marta lo guarda stranita, ha l’impressione che nell’appartamento dietro la guardiola sia in corso una festa.

“Ma mi scusi, lei ha ospiti, non voglio… ma è che sono un po’… preoccupata, ecco.”

“Ah non si preoccupi per i miei ospiti, è solo un po’ di gente morta un sacco di tempo fa.”

“Come dice?”

“Ma nulla, nulla, mi dica piuttosto, perché è preoccupata per suo figlio?”

“Io non riesco a capire. Per cominciare, non ha scongelato le lasagne come gli avevo detto, ma è andato a fare la spesa e ha cucinato un cenone degno di Barbieri, poi, alle undici, mi ha dato un bacio, cosa che non faceva dalla quinta elementare, ed è andato a dormire perché domani è il mio giorno libero e lo vuole passare con me. Con me, ci pensa?”

“Beh non mi sembra così preoccupante.”

“Mi creda, lo è. Ancora di più se ci aggiunge che prima di addormentarsi mi ha detto: il futuro è immanente Mamma e questo palazzo è vecchio come Matusalemme, solo non mi spiego chi sia questo Eureka.”

Giuseppe ride di gusto e risponde alla faccia già arrabbiata di Marta col dito, incolpando il bicchiere di plastica rosso, di nuovo svuotato.

“Non si preoccupi Marta, sono sicuro che è solo l’aria del capodanno.”

“Va beh, non la disturbo più, già le ho rovinato il brindisi, la lascio ai suoi ospiti. Anche se ho la sensazione che lei ne sappia di più di quanto mi dice.”

“Io non so niente mia cara, ho un amico greco di là che le potrebbe farle un pippone su questa frase, ma mi dia retta, vada a dormire e inizi bene l’anno. Domani, si goda suo figlio.”
Marta gli restituisce il bicchiere, i due si abbracciano di nuovo per salutarsi, lei sale la prima rampa di scale, poi si ferma, si acquatta e torna da basso, nella speranza di riuscire a sbirciare dentro l’appartamento di Giuseppe. Riesce solo a vederlo che chiude la porta tra l’appartamento e la guardiola, mentre urla: “Buon anno a tutti! Ah, gobbetto: avevo ragione, ha scelto quella giusta!”.

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