La nube di Don Brunello

C’era una volta un prete, uno di quelli di una volta con la tonaca, il colletto e la croce penzoloni, ma non d’oro, quella di legno. Don Brunello si chiamava e sapeva raccontare la storia del suo credo come fosse un film o un libro bello. Era il parroco di un paese che si chiama Brunello, come lui, un posto di montagna tutto chiuso tra cime alte qualche migliaio di metri, nel cuore delle Alpi.
Grazie a don Brunello, il paese era rimasto intatto o incorrotto, come si diceva un tempo, e così le anime dei suoi abitanti: gli uomini erano grati per il lavoro e l’abbondanza e le donne gestivano ogni cosa, dai figli al municipio e tutti si volevano bene, porgevano la guancia e si aiutavano a vicenda. 

Un brutto giorno però, capitò che un cardinale che odiava le persone, ma amava la montagna si mise in testa di andare proprio a Brunello a passare due giorni di vacanza.
Quando don Brunello ricevette la notizia, era nel campetto di terra del piccolo oratorio dietro la chiesa a giocare a pallone coi ragazzini, reggendosi la tonaca per calciare in libertà. Fu Marianna, la perpetua, a urlargli: “Don, c’è un telegramma da Roma. Dice che domani arriva il cardinal Bellotti dal Vaticano.”

A don Brunello cascò la tonaca sui piedi. Non amava dover fare da babysitter a uno di quei palloni gonfiati con la pancia e il macchinone e decise allora di ricorrere al suo superpotere. Si incamminò di buona lena verso la chiesa, scese le scale e raggiunse i sotterranei. Saltò la messa delle 6 e la novena, i paesani che erano in chiesa invece dell’edificante sermone della sera e il rosario abituale, sentivano solo un gran sbattere, trafficare e trapanare arrivare dal sotterraneo della chiesa. I paesani non si stupirono, né fecero domande, anzi occhieggiavano sornioni e qualcuno mormorava al vicino: “Lo fa di nuovo…” provocando una risatina soddisfatta.

Il superpotere di Don Brunello non era altro che la capacità di far sparire Brunello, inteso come paese non come prete. I più devoti attribuivano ovviamente a Dio il prodigio, ma i più sapevano che il superpotere di Don Brunello era tutto nelle sue mani, grandi come pale, le uniche capaci di avviare la gigantesca macchina del fumo sequestrata a degli hippie nei ‘70 e da allora custodita nei sotterranei della chiesa.

Erano diversi anni che il Don non usava il suo superpotere, ma come ebbe modo di dire durante il suo lungo dialogo con la Madonna nel sotterraneo: “Anche io ho le mie esigenze santa donna!”.
A mezzanotte in punto, in concomitanza coi rintocchi del campanile, la vecchia macchina del fumo si accese, dopo una vigorosa pacca del Don, e una nebbia spessa e curiosamente odorosa di incenso e borotalco avvolse prima la chiesa, poi il paese intero e, infine, tutta la valle. 

Quando, la mattina successiva, la Mercedes del cardinale uscì dall’autostrada e imboccò la provinciale per Brunello, l’autista fu costretto a fermarsi. Era impossibile vedere la strada e anche solo immaginare che dentro quel nuvolone aromatizzato ci fosse qualcosa di vivo. Il cardinale fece un po’ i capricci, ma poi l’idea intollerabile di saltare il pranzo lo convinse ad accettare il consiglio dell’autista e tornare indietro.
Fu così che, anche quella volta, Don Brunello e il suo omonimo paese rimasero intatti o incorrotti, come si diceva un tempo.

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