Il vecchio Gil

Il vecchio Gilberto, Gil per gli amici, aveva un mulo in giardino. Il mulo era un animale gentile e decisamente un’attrazione per tutti i bambini del quartiere che sognavano di poterlo cavalcare, ammaestrare o semplicemente accarezzare, ma era una cosa proprio impossibile, visto che il vecchio Gilberto era davvero uno stronzo.
Non solo aveva elettrificato la rete che circondava il giardino, ma aveva anche installato per tutto il perimetro videocamere dotate di sensore di movimento collegato ad un mitra ad acqua che si azionava ogni qualvolta rilevasse una sosta maggiore ai cinque secondi.
Dopo innumerevoli scosse e mitragliate d’acqua, i vicini smisero di avvicinarsi e anche i bambini più astuti si videro costretti a guardare il mulo dall’altra parte della strada.
Come ogni cosa, anche la stronzaggine del vecchio Gilberto aveva delle radici.
Quando c’era sul pianeta ancora qualcuno che lo chiamava Gil, il vecchio Gilberto era un uomo amabile e mansueto, proprio come il suo mulo, ma poi, una serie intollerabile di spiacevoli eventi aveva trasformato il suo giardino in una roccaforte e il suo cuore in una cittadella armata. Anche il mulo non gli dava più alcun sentimento e il povero animale passava gran parte del suo tempo a fissare la porta in attesa che Gilberto uscisse, come faceva un tempo, ad accarezzargli il mento e grattargli le orecchie, ma niente.
Una volta a settimana, arrivava un camioncino nero da cui scendeva un uomo che, con modi un po’ bruschi e meccanici, rabboccava la mangiatoia, raccoglieva gli escrementi e controllava il livello dell’acqua nell’abbeveratoio, ma il mulo nemmeno lo guardava, anzi era tutto un brontolare per le dimensioni notevoli delle deiezioni che raccoglieva con la pala.
Si sa che, per fortuna, il mulo è noto per la sua tendenza a resistere, se avesse potuto parlare, come il mitico mulo Francis, di certo l’avrebbe chiamato Gil al vecchio Gilberto e gli avrebbe anche detto: “Su con la vita Gil, amico mio, io sono qui per te.”.

Questa struggente routine andava avanti da ormai dieci anni, da quando la moglie del Gilberto, la Luisa, non rientrò a casa per la cena come fino a quel giorno aveva fatto sempre. Il mulo ricordava bene quella sera perché era stata l’ultima volta che il suo amico Gil era andato da lui, l’aveva abbracciato e si era messo a piangere proprio sul suo collo ispido e accogliente.
Due giorni dopo, lo aveva visto uscire vestito di tutto punto, in nero, con gli occhi rossi e le mani tremanti e da allora più nulla: nemmeno uno sguardo, un sorriso e menchemeno una carezza. 

Proprio il giorno in cui si compivano i dieci anni dalla scomparsa della Luisa, arrivarono ad abitare nella casa di fronte due ragazzini col papà, erano ragazzini di città quelli, si vedeva da lontano e perfino il mulo ne annusò la spavalderia ruggente che si sparse immediatamente per il quartiere non appena scesi dall’auto.
Matteo, il più grande, riuscì subito a sparire dal controllo del genitore tutto preso dal coordinare gli scaricatori. Almeno così sperava e stava proprio per dirigersi a dare un’occhiata a quella strana casa dirimpetto con la rete alta due metri e i mitra ad acqua sopra le telecamere, quando il papà gli urlò dietro: “Matteo sempre a curiosare, portati dietro tuo fratello almeno e non facciamoci riconoscere subito.”.

Matteo sbuffava, ma aspettò il piccolo Jacopo che gli veniva incontro tutto spavaldo e appena visto il mitra ad acqua, volò verso la casa del vecchio Gilberto, ignorando bellamente l’urlo del fratello maggiore: “No, no Jacopo, fermati!”.
E lì successe il primo miracolo: il mitra ad acqua non si era azionato e la telecamera si spense, il piccolo allora strizzò la faccia sulla rete per guardare dentro, ma anche quella, invece che friggergli le gote, fece solo un gran rumore di ruggine percossa.
Matteo arrivò alle spalle del fratellino che, senza perder tempo, si fece fare scaletta, gli montò sulle mani e superò la rete, lanciandosi dall’altra parte. Il mulo che già aveva capito tutto, lo aspettava al punto giusto perché il piccolo gli cadesse sopra cavalcioni, realizzando uno dei sogni più sognati dai bambini di tutto il circondario. Forse fu proprio la caduta circense unita alla sfrontata irrequietezza di Jacopo a infondere nel mulo anche il coraggio di partire al galoppo e sfondare il cancello con il muso, portando il piccolo in parata in mezzo alla via.
Tutti i vicini uscirono dalle case a guardare quel prodigio. Il mulo trionfante col suo piccolo cavaliere fece una vera e propria sfilata dall’inizio alla fine della via e ritorno. Quando tornò davanti al cancello divelto di casa, il mulo si fermò, tutti i bambini corsero intorno a lui e i genitori dietro per fermarli. Il mulo fece la più grossa scorpacciata di baci, carezze e grattatine della sua vita. Fu probabilmente tutta quella gioia concentrata a spingere il vecchio Gilberto ad aprire finalmente la porta di casa e affacciarsi al mondo un’altra volta. Il piccolo Jacopo scese allora dal mulo, non dopo avergli abbracciato forte il collo e aver ascoltato qualcosa dalla voce di un mulo parlante, come quella del mitico Francis.
Si fece largo tra i bambini raggianti e raggiunse il vecchio Gilberto, ancora fermo sulla soglia. Lo guardò dritto negli occhi e disse: “Sei tu il vecchio Gil?”.
Il vecchio annuì, inghiottendo un groppo che aveva nella gola da un sacco di tempo.
Jacopo lo prese per mano, fece scansare i bambini da intorno al mulo, e, arrivati al cospetto dell’animale, tolse la mano ossuta del Gilberto dalla propria e l’appoggiò sul manto del mulo. Bastò un secondo e il vecchio Gil scoppiò in un pianto, il mulo gli appoggiò il mento sulla spalla e lui lo abbracciò, proprio come dieci anni prima, ma stavolta non era un abbraccio a due soltanto. Tutto il quartiere si abbracciava al vecchio e al mulo e le lacrime in un niente diventarono risa.
Il giorno dopo, il vecchio Gil era in giardino, con la mano destra grattava il mento del mulo e con gli occhi guardava grato i vicini che smontavano la rete e i bambini rincorrersi coi mitra ad acqua per il giardino. Matteo e Jacopo furono i primi quella mattina ad arrivare lì e a salutarlo come una volta, dicendo soltanto: “Ciao Gil.”.

2 pensieri su “Il vecchio Gil

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